Il termine cru per indicare un vino è una parola piccola, appena tre lettere, ma dal potente richiamo evocativo e in grado di scatenare la curiosità di saperne di più. Ma che cosa significa “cru”? Nel linguaggio enologico, questa parola francese diventata comune anche fuori dalla Francia dove assume significati diversi.

Cru in Francia

In Francia, il termine cru riferito a un vino assume un significato preciso e diverso rispetto all’Italia. “Cru” è il participio passato sostantivato del verbo “croître”, che vuol dire “ciò che cresce in una regione”, e viene usato nel mondo del vino proprio per indicare un particolare vigneto che è cresciuto in una determinata zona e dal quale si ottiene un vino particolarmente eccellente.

L’uso del termine francese cru ha origini antiche e pare sia stato usato per la prima dai monaci vignaioli della Borgogna, che usavano questa parola per riferirsi ai vigneti migliori dei loro possedimenti e che venivano delimitati da muretti per poterli riconoscere meglio. Ogni vigneto aveva un nome, al quale veniva aggiunto il termine “cru”. In Francia, dove l’uso di questo termine è regolamentato, esiste una scala di cru per indicare in maniera ancor più precisa e ampliare il significato del termine. Si va dai Premiers Crus (i vini ricavati dai vigneti migliori) a scendere: Deuxième Crus, Troisiemes Crus, Quatriemes Crus, Cinquiemes Crus e così via.

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Cru in Italia

In Italia, quando leggiamo la parola cru nei vini italiani, è importante sapere che il termine non è riconosciuto ufficialmente dalla regolamentazione enologica in fatto di etichettatura e comunicazione dei vini. L’utilizzo della parola cru, in Italia, ha un valore e un significato che sottolinea il prestigio di un vino, o il valore di una certa area geografica o di un particolare vigneto, e viene usato in modo evocativo, non normativo. Ciò non toglie che questa parola richiama attenzione e curiosità rispetto al vino al quale si riferisce.

Quali sono i vini Cru in Italia?

I vini cru sono speciali in quanto prodotti in vigneti che per posizione, esposizione, storia o geografia hanno caratteristiche che li rendono unici e per questo motivo degni di nota. Per esempio, Cantine Leonardo da Vinci indica come vini cru quelli della collezione Villa da Vinci, poiché sono ottenuti con uve prodotte dai vigneti che circondano la villa sulle colline di Vinci e anticamente posseduti dalla famiglia di Leonardo da Vinci. Si tratta di vigneti dall’importante valore storico culturale, ma anche dalla spiccata vocazione enologica dal momento che godono di una notevole esposizione e di un microclima temperato.





Nel 1502 Leonardo da Vinci trascorre sei mesi della sua vita in Romagna, incaricato da Cesare Borgia di studiare nuovi sistemi di fortificazione ed infrastrutture per difendere i possedimenti conquistati da “Il Valentino” e delimitare i confini del Ducato di Romagna.
Durante questa sua missione in territorio romagnolo, il Genio tocca alcune delle città più significative fra cui Cesena, Rimini, Cesenatico, Imola e Faenza, annotando sui suoi taccuini di viaggio i paesaggi ed elementi architettonici identificativi di questi territori.
Cantine Leonardo da Vinci rende omaggio al viaggio di Leonardo riportando le varie tappe sulle etichette dei vini della collezione 1502 Da Vinci in Romagna: una linea dedicata ai vini dei migliori vigneti romagnoli prodotti seguendo le indicazioni del Metodo Leonardo®, ovvero il protocollo di produzione vinicola a marchio Cantine Leonardo da Vinci, che trae ispirazione proprio dagli studi di Leonardo in campo enologico.
Se in un precedente articolo abbiamo approfondito il significato dell’etichetta di Rocca di Cesena Sangiovese Superiore Riserva Romagna DOC, vediamo ora insieme il disegno dedicato al Duomo di Faenza Trebbiano Romagna DOC.

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Duomo di Faenza: dalla cattedrale al vino

La tappa di Leonardo da Vinci a Faenza si inserisce fra la partenza da Cesenatico e l’arrivo a Imola. È testimoniata dallo stesso disegno in cui è raffigurata la planimetria prospettica del tragitto per entrare alla Rocca Malatestiana di Cesena. Nella parte superiore dello schizzo, infatti, Leonardo ha disegnato una chiesa a croce latina molto somigliante al Duomo di Faenza in Piazza della Libertà: la Cattedrale di San Pietro Apostolo. Il vino ispirato a questa tappa del viaggio di Leonardo è l’omonimo “Duomo di Faenza” Trebbiano Romagna DOC.

Duomo di Faenza: degustazione vino

Duomo di Faenza è un vino bianco romagnolo ottenuto da uve di Trebbiano di Romagna in purezza, un vitigno tipico di questa regione e conosciuto sin dall’epoca romana. Un bianco quindi sul solco della tradizionale, ma qui reinterpretato in chiave moderna: un’innata fragranza e florealità tipiche del vitigno, conferiscono la classica nota fresca che contraddistingue i vini Trebbiano di questa zona. Stappare una bottiglia di Duomo di Faenza Trebbiano Romagna DOC significa degustare un vino bianco simbolo e bandiera del suo territorio d’origine, la Romagna: terra di passione, terra di persone, terra di sapore.

Uno dei settori più influenzati dal climate change, il cambiamento climatico, è senza dubbio l’agricoltura. In particolare l’enologia si trova ad affrontare una sfida difficile poiché il vino risente dell’innalzamento delle temperature e il rischio è che vengano stravolte le geografie della viticoltura e venga compromessa l’identità stessa di un prodotto così legato alla cultura e alla storia dell’uomo.
E i territori che sono più vocati – per storia e per capacità produttiva – alla coltivazione della vite stanno già facendo i conti con il cambiamento climatico e le sue conseguenze, come per esempio la Toscana, che da anni s’interroga su una questione saliente: il climate change rischia di modificare il gusto del Chianti, vino simbolo di questo territorio, noto e amato in tutto il mondo?

Chianti e cambiamento climatico è dunque un tema attuale e dibattuto, non solo per il gusto il vino ma anche per l’impatto economico e sociale che può avere l’innalzamento delle temperature. Con il cambiamento climatico è necessario anticipare la vendemmia: non è un caso se negli ultimi anni si sia anticipata da ottobre a settembre, se non addirittura a fine agosto. Oltre alla vendemmia anticipata – che modifica di conseguenza tutti i tempi della vinificazione – ne risente anche la resa, che è minore con la conseguenza di una minore immissione di prodotto sul mercato, ma anche un minor numero di risorse umane coinvolte per le lavorazioni, con ricadute sociali ed economiche su tutto il territorio.

Le uve preposte per il Chianti subiscono fortemente lo stravolgimento climatico. Alcuni di questi cambiamenti posso influenzare anche importanti funzionalità della vite, soprattutto quelle legate al contenuto di sostanza organica, alla salinità e alla disponibilità idrica specie in varietà come il Sangiovese. I cambiamenti nelle quantità e nella composizione di zuccheri e acidi, il più alto contenuto di etanolo e la modifica del sapore sono alcune delle caratteristiche del vino che possono essere correlate alle temperature più elevate. La vite è, quindi, la grande svantaggiata in questo processo vorticoso in cui bisogna quanto prima intervenire, al fine di preservare e salvaguardare il buon terroir del Chianti.

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Gli aspetti tecnologici possono aiutare molto alla stabilizzazione della viticoltura, come strumenti che posti all’interno dei campi o tra i filari rilevano le condizioni dell’ambiente e analizzano la situazione delle piante e possono creare soluzioni ad hoc per le colture e automaticamente metterle in atto, concimando o irrigando le piante più sofferenti.
Ancora la creazione di laghi artificiali interni ai campi di raccolta in modo da ovviare alla problematica legata all’aridità del terreno o l’inserimento di stazioni meteo all’interno delle vigne in modo da seguire in tempo reale le precipitazioni e i cambiamenti al fine di poter intervenire repentinamente sui filari.
Anche l’agronomia viene in aiuto, con la sperimentazione di nuovi vitigni in grado di sopravvivere naturalmente, o l’individuazione di aree più adatte alla coltivazione.
Gli operatori del settore sono chiamati dunque a intervenire con grande senso di responsabilità, in modo sostenibile, etico e tecnologico per porre rimedio a questo fenomeno.

Noi di Cantine Leonardo da Vinci ci impegniamo per produrre in modo sostenibile, riducendo l’impatto ambientale di tutte le operazioni che coinvolgono i nostri prodotti – dalla terra alla tavola. E il risultato del nostro lavoro è nelle bottiglie di Chianti e Chianti Riserva della collezione Leonardo da Vinci e della collezione I Capolavori.
Insomma, ciò che l’uomo ha devastato può essere risanato e conservato, grazie all’uso di tecnologia, strumenti sul campo, ricerca agronomica e sostenibilità.

Il Pinot Grigio è considerato uno dei grandi vini bianchi internazionali ed è anche uno dei vitigni più diffusi fra le regioni del nord-est d’Italia (Friuli, Veneto e Trentino Alto Adige).
La forma del grappolo del Pinot Grigio ricorda una pigna, perché gli acini sono piccoli e molto ravvicinati e infatti il nome “Pinot” deriva dal francese “pin”, ossia il pino. Con tutta probabilità il Pinot Grigio deriva da una mutazione del Pinot Nero – che è una delle più diffuse e note uve a bacca rossa al mondo. Il Pinot Nero, nato in Francia e poi diventato un vitigno internazionale, si è infatti trasformato nei secoli in altre varietà: il Pinot Bianco, il Pinot Meunier e il Pinot Grigio.

Pinot Grigio: storia del vino

Pare sia stata rintracciata una menzione del Pinot Grigio in alcuni antichi documenti storici risalenti al 1375, dove risulta che dalla Francia fu commercializzato in Ungheria e in Germania, dove veniva chiamato “Rulander”. In Italia arriva qualche secolo più tardi, alla fine dell’Ottocento, insieme agli altri vitigni francesi e inizia a essere impiantato nelle regioni del Nord.
Il Pinot Grigio viene coltivato in zone con climi freddi e costanti: soffre gli sbalzi di temperatura e il caldo. Di conseguenza le regioni che lo ospitano sono il Friuli Venezia Giulia, il Trentino Alto Adige, il Veneto e la Lombardia.
Dei 67mila ettari mondiali vitati a Pinot Grigio, 31.360 ettari si trovano in Italia, specialmente nell’area denominata “Venezie”, che ha dato vita alla creazione di una specifica denominazione di origine controllata – il Pinot Grigio delle Venezie DOC – e al relativo disciplinare di produzione.

Pinot Grigio: caratteristiche del vino

Il gusto del Pinot Grigio si differenzia a seconda della zona di produzione e del metodo di vinificazione. Per esempio, nelle zone particolarmente fredde il vino avrà corpo e struttura, mentre dive si patisce escursione termica il sapore sarà più fruttato. Se vinificato a contatto con le bucce, il colore sarà ramato, altrimenti l’aspetto sarà di tono più chiaro e limpido. La varietà con cui si presenta sul mercato influisce anche sulla varietà del prezzo a scaffale con cui si acquista il Pinot Grigio. Nelle collezioni di Cantine Leonardo da Vinci sono presenti due Pinot Grigio: Dama con l’Ermellino Pinot Grigio Rubicone IGT della linea 1502 Da Vinci in Romagna e Pinot Grigio Delle Venezie DOC della linea Vitruviano. Il primo evidenza al naso aromi fiori di ginestra, gelsomino e sottofondo fresco erbaceo, mantenendo la tipica nota fresca al palato; il secondo più velatamente fruttato ricorda note di mela e pera e dona un sorso perfettamente bilanciato.

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Pinot Grigio: abbinamenti cibo e vino

La versatilità del Pinot Grigio si traduce anche nelle diverse possibilità di abbinamento con il cibo, tanto da considerarsi un vino “a tutto pasto”. Il Pinot Grigio si stappa a partire dall’aperitivo o per accompagnare antipasti a base di salumi o frutti di mare, è ideale per i piatti di pesce saporiti, i primi piatti conditi con sughi di verdure o funghi, i formaggi e le carni bianche o uova. Le versioni più complesse e corpose si accompagnano a risotti o piatti speziati.

Pinot Grigio e curiosità

Il Pinot Grigio è particolarmente amato negli Usa e durante il lockdown è diventato il “domestic wine” delle famiglie americane che consumavano a casa i propri pasti. Lo dimostra un incremento dei consumi durante la pandemia che va dal +15% al +30% nel mercato americano.

Il vino è una bevanda viva, in costante evoluzione. Una volta che viene imbottigliato, non smette di trasformarsi e inizia una nuova fase della propria vita. Man mano che passa il tempo, il vino acquista complessità finché non raggiunge il suo apice. Se apriamo una bottiglia oggi avrà un gusto diverso da quello che avrebbe se la aprissimo tra qualche mese. Perciò, diventa importante saper conservare il vino e accompagnarlo nel percorso verso il momento perfetto per essere gustato.

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Come si conserva correttamente un vino?

Per conservare correttamente il vino, è utile seguire alcuni semplici ma fondamentali accorgimenti. Il primo riguarda la posizione. Specialmente se è necessario conservare il vino per alcuni anni, le bottiglie andrebbero coricate, ossia conservate in posizione orizzontale. Il motivo di questo accorgimento ha a che fare con l’ossidazione, fenomeno che turberebbe il regolare corso di maturazione del vino, danneggiandolo. Le bottiglie sistemate in orizzontale, infatti, permettono al vino contenuto all’interno di entrare in contatto con il sughero e di tenerlo umido impedendo di seccarsi. Il tappo umido non farà entrare l’aria nella bottiglia che è la principale causa di ossidazione.

Qual’è la temperatura ideale del vino?

È importante ricordare di rivolgere l’etichetta verso l’alto, in modo che sia ne sia immediata la lettura. Suggerimento da non sottovalutare specie se si deve conservare vino rosso: può capitare che le bottiglie debbano riposare per alcuni anni ed è necessario saltuariamente controllare il loro stato di conservazione, verificando annata, tipologia, integrità della bottiglia e l’eventuale formazione di residui. Dopo la posizione, occorre prestare attenzione alla temperatura di conservazione del vino. È ideale conservare i vini tra i 12 e i 14 °C, a seconda della tipologia del vino e della dimensione della bottiglia. Il vino ha poi bisogno di evitare la luce – sia quella naturale che quella artificiale – per cui occorre conservarlo al buio; e non ama movimenti bruschi, vibrazioni, e nemmeno forti odori che potrebbero influenzarlo.

Una volta che ci si è assicurati di aver stappato il vino al momento giusto – e ogni bottiglia ha il suo – dobbiamo porci la domanda di come conservare una bottiglia di vino aperta. È ancora una volta l’ossigeno il peggior nemico di una corretta conservazione per cui è importante tappare la bottiglia, meglio se creando un effetto sottovuoto. La conservazione di una bottiglia di vino bianco aperto può essere in frigorifero, mentre la conservazione di una bottiglia di vino rosso può avvenire anche a temperatura ambiente.

Conservare correttamente un vino è la parte finale e non meno importante della lunga filiera che inizia in vigna e termina sulla tavola e permette di godere di un prodotto che riesce a esprimere il meglio.

La Romagna è una regione definita da confini sentimentali più che amministrativi: a separarla dall’Emilia sono le tradizioni, il dialetto, la storia, l’indole degli abitanti e certamente l’enogastronomia. Ad unirla, quel trattino che rappresenta una regione laboriosa, accogliente, creativa, che vanta eccellenze enologiche e gastronomiche famose in tutto il mondo.

La viticoltura romagnola è una pratica molto antica, e il territorio – ricompreso tra il Mare Adriatico e l’appennino Tosco-romagnolo – da sempre si presta alla coltivazione della vite. Se n’era accorto anche Leonardo da Vinci che, durante il suo viaggio in Romagna dell’estate del 1502, appuntò in uno dei suoi taccuini le “Uve portate a Cesena”, ossia un disegno che riportava lo speciale metodo di appendimento delle uve che lo aveva particolarmente colpito, evidenziando l’ingegnosità dei romagnoli. Da qui nasce il Sangiovese Appassimento “Uve portate a Cesena“ della nostra collezione 1502 Da Vinci in Romagna.

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Le denominazioni di Romagna

Le peculiarità del terreno e l’attitudine agronomica di questa porzione di regione hanno dato origine a una serie di vini tipici romagnoli con precise caratteristiche e spiccata identità. I migliori vini romagnoli sono quelli tutelati dal Consorzio Vini di Romagna che nel 2011 ha approvato il disciplinare di produzione “Romagna” che accorpa tutte le denominazioni. La DOC Romagna riunisce i cinque disciplinari di produzione del Sangiovese, Trebbiano, Cagnina, Pagadebit e Romagna Albana Spumante. A questa si aggiungono il Romagna Albana DOCG e la DOC Colli di Faenza.

I vini romagnoli rossi

Il re dei vini rossi romagnoli è sicuramente il Sangiovese, il vino più tipico della Romagna le cui uve provengono esclusivamente dal vitigno Sangiovese, il più diffuso a livello nazionale. Accanto a vini diffusi come il Sangiovese, in Romagna esistono piccole produzioni recuperate dalle affascinanti storie enologiche, come il Bursôn o il Centesimino, entrambi autoctoni che si producono in aree circoscritte della Romagna.

I vini romagnoli bianchi

Tra i vini bianchi romagnoli l’Albana è certamente il più rappresentativo, inoltre è stato il primo vino bianco italiano ad avere ottenuto la DOCG nel 1987. Si tratta di un vitigno di origini antichissime, coltivato in Romagna sin dal tempo dei romani. Se fino a qualche anno fa l’Albana era vinificato dolce, oggi dà vita a diverse versioni di vino: secco, amabile, dolce, passito e spumante. Altri vini bianchi molto diffusi sono il Trebbiano e il Pagadebit, che deve il suo nome (in dialetto romagnolo, che significa “paga i debiti”) al fatto di essere molto fertile e produttivo per cui i contadini riuscivano a farlo fruttare saldando ogni debito contratto.

Quel che cresce insieme sta bene insieme e, di conseguenza, i vini romagnoli si sposano perfettamente alla cucina locale e ai prodotti tipici di questa terra piena di biodiversità e territori diversi e pieni di fascino.

Come nascono l’amore di Leonardo per la natura e l’ispirazione per i suoi inconfondibili paesaggi? E la sua passione per il vino? Le risposte sono a Vinci, un borgo immerso nelle colline toscane a pochi chilometri da Firenze, dove ogni cosa racconta un aspetto della straordinaria vita di Leonardo. Ecco cosa visitare a Vinci.

Il borgo di Vinci

A Vinci Leonardo è presente ovunque ed è facile immaginare il genio trascorrere la sua infanzia in questi luoghi pieni di fascino e sospesi nel tempo. Il borgo è completamente dedicato a Leonardo, e qui è possibile una full immersion storica e artistica nella sua vita e nella sua poliedrica produzione artistica.

Street art e installazioni d’artista

Basta una passeggiata per le vie del borgo per accorgersi di essere catapultati in una dimensione piena di ispirazione, arte, scienza e natura. C’è molto da vedere anche all’aria aperta. Per cominciare, nella piazza del Castello c’è un enorme scultura dell’artista Mario Cerioli che riproduce l’Uomo Vitruviano di Leonardo, il disegno più famoso del mondo, mentre nella Piazza della Libertà si trova il Cavallo di Leonardo, opera dell’artista Nina Akamu, ispirata al monumento equestre – incompiuto – dedicato a Francesco Sforza. Che Leonardo sia poi un’icona pop che ancora oggi non smette di affascinare anche dopo 500 anni dalla sua morte, lo dimostra la street art subacquea di Blub che ha messo boccaglio e mascherina alla Gioconda e alle altre opere di Leonardo disseminate per le vie del centro.

Il Museo Leonardiano e la casa natale di Leonardo

Tra le cose da visitare nel borgo di Vinci c’è il Museo Leonardiano, una delle raccolte più complete di modelli di macchine e invenzioni leonardesche accompagnate dai disegni sui quali Leonardo le aveva pensate e progettate. Dalle macchine da guerra e quelle volanti (che imitano il movimento delle ali degli uccelli) dai carri agli orologi meccanici e alle macchine per la tessitura.
A pochi chilometri dal centro, nella frazione di Anchiano, si trova infatti la Casa natale di Leonardo.
Qui, un’esposizione multimediale racconta un Leonardo più intimo e familiare, legato al territorio in cui trascorse la sua infanzia e che ne determinò lo sguardo e l’indole – umana e artistica.

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Casale di Valle in Vinci

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La campagna di Vinci e la passione per il vino

Leonardo ha un’anima agricola e tutta la sua vita e le sue opere sono pervase dall’amore profondo e appassionato per la natura. Le colline di Vinci influenzano la vita e la tecnica pittorica di Leonardo nei suoi paesaggi rurali. Leonardo passeggia tra i vigneti, respira i profumi della campagna e scopre la sua passione per la viticoltura. Il rapporto familiare, quotidiano e profondo che ha sempre legato Leonardo al vino gli derivò proprio dall’essere nato in una campagna circondata dai vigneti.

Villa da Vinci, i panorami di Leonardo

Villa da Vinci è una tenuta in Toscana che comprende un borgo medievale del 1152, circondata da lussureggianti vigneti che appartenevano alla famiglia di Leonardo e che oggi si estendono per 75 ettari. E dai quali si producono i vini della collezione Villa da Vinci. Il nome dei vini è quello – storico, originale e antico – dei terreni posseduti dalla famiglia di Leonardo nella campagna di Vinci. La Villa è uno spazio polifunzionale composto da una dimora storica e wine resort e dal Museo Leonardo e il Rinascimento del Vino.

Museo Leonardo e il Rinascimento del Vino

Il Museo documenta e approfondisce la passione di Leonardo per l’agricoltura e in particolare per la coltivazione dell’uva e la produzione del vino che ebbe un ruolo importante nella nei suoi studi e nelle sue opere. Proprio a Vinci, Leonardo sviluppò la sua curiosità per le macchine usate nell’agricoltura: oltre a progettare strumenti e frantoi, tanti riferimenti agricoli e contadini sono presente nelle sue favole e profezie, rebus e allegorie;
Il percorso espositivo del Museo Leonardo e il Rinascimento del Vino di Vinci racconta il ruolo dell’agricoltura nella vita e negli studi di Leonardo tramite la riproduzione delle sue invenzioni, numerosi documenti d’archivio, riferimenti archeologici legati al territorio di Vinci e alla viticoltura della zona.

Passeggiate ideali e degustazioni speciali

Per camminare nei sentieri immersi nella natura che ha ispirato Leonardo nei suoi capolavori più famosi, dal Museo Leonardo e il Rinascimento del vino e nei vigneti e boschi che circondano Villa da Vinci, si snodano percorsi trekking e passeggiate adatti a tutti. Tre diversi itinerari tematici si dipanano nei dintorni, ognuno con un panorama speciale: la valle, le vigne e il bosco. Al termine di ogni percorso, sarà possibile degustare e acquistare i vini di Cantine Leonardo da Vinci, ispirati al Genio toscano.

Pensati e realizzati per gli ospiti del wine resort Villa da Vinci e per coloro che amano passeggiare in mezzo alla natura di questo spicchio di campagna toscana, i nuovi sentieri di Leonardo sono percorsi ideali per tutti i tipi di camminatori.

Tre diversi itinerari tematici, di varie lunghezze e dislivelli, che partono dal complesso di Villa da Vinci e si dipanano nei dintorni, ognuno con un panorama speciale: la valle, le vigne e il bosco.

I nicchi di Leonardo da Vinci – dedicato agli studi che Leonardo fece in tema di geologia e fossili – è il sentiero che circonda la Villa offrendo un panorama a 360 gradi sulla valle. (Lunghezza: 800 metri – Durata 25’)

Le vigne di Leonardo da Vinci, comincia dal Museo Leonardo e il Rinascimento del vino e circonda le vigne che un tempo furono della famiglia di Leonardo e dalle quali oggi si producono i vini della linea Villa da Vinci. (Lunghezza: 600 metri – Durata 20’)

Infine, Il bosco di Leonardo, è il sentiero che si insinua nel bosco adiacente a Villa da Vinci, un luogo di pace e silenzio, dove la natura è incontaminata. (Lunghezza: 1,2 Km – Durata 40’)

È facile immaginare che Leonardo stesso, nella sua infanzia a Vinci, avesse camminato in questi luoghi e che questa campagna e i panorami siano stati d’ispirazione per i suoi celebri paesaggi.

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Il legame di Leonardo con la Romagna è così forte e presente che oggi si può percorrere un viaggio ideale in sua compagnia nelle città che egli visita durante il suo periodo romagnolo. Un percorso da Rimini a Imola, seguendo le suggestioni e gli appunti del Genio e ammirando oggi le architetture che lui stesso aveva disegnato e riprodotto.
La Romagna, in occasione del Cinquecentenario leonardesco, ricorda il passaggio del Genio e il legame instaurato con una serie di eventi e attività, noi di Cantine Leonardo da Vinci dedichiamo al periodo romagnolo del Genio, fortemente caratterizzato dal suo incontro con il territorio e gli aspetti agricoli e architettonici di esso, una collezione di vini. Dunque, seguendo il suo viaggio, 1502 Da Vinci in Romagna è la linea dedicata ai vini dei migliori vigneti romagnoli prodotti seguendo le indicazioni del Metodo Leonardo®. Un tour speciale in cinque città, che tocca luoghi ricchi di bellezza: quella che Leonardo coglie nei disegni realizzati in ogni tappa del suo viaggio e riportati in etichetta.

È l’estate del 1502, quando Cesare Borgia si trova a dover difendere e fortificare i suoi possedimenti del nuovo Stato di Romagna. Per questo motivo chiama il miglior ingegnere e architetto conosciuto all’epoca: Leonardo da Vinci.
Leonardo parte per la visita e il soggiorno in Romagna accompagnato dal piccolo taccuino tascabile oggi catalogato come Codice di Francia Manoscritto L (conservato in originale presso la Biblioteca dell’Institut de France di Parigi), sul quale annota, da viaggiatore curioso, tappa dopo tappa, schizzi, idee, invenzioni, considerazioni sulla Romagna. Una riproduzione del taccuino è esposta al Museo della Marineria di Cesenatico.

Leonardo soggiorna e lavora in ben cinque città strategiche della Romagna: nell’ordine Rimini, Cesena, Cesenatico, Faenza e Imola.
L’8 agosto 1502 Leonardo arriva a Rimini dove rimane incantato dall’armonia sonora della Fontana cosiddetta “della pigna” nell’attuale piazza Cavour e appunta: “Fassi un’armonia colle diverse cadute d’acqua, come vedesti alla fonte di Rimini, come vedesti addì 8 d’agosto 1502”.
Due giorni più tardi, Leonardo si trova a Cesena dove ritrae la “Rocha di Cesena”. Nello schizzo disegna con una planimetria prospettica il tragitto da compiere per entrare all’interno della Rocca Malatestiana, seguendo un tracciato a tornanti lungo il pendio del colle Garampo.
A Faenza, Leonardo si sofferma ad ammirare il Duomo, opera di Giuliano da Maiano di Fiesole, allora ancora in costruzione, di cui esegue un disegno. Si sposta anche nei dintorni della città, lungo la valle del Lamone, e descrive nel taccuino la particolarità dei calanchi e della terra usata per le ceramiche faentine. Il 6 settembre del 1502 Leonardo è a Cesenatico dove disegna una veduta a volo d’uccello del portocanale. Giunge poi a Imola dove realizza la mappa della città, oggi conservata presso la Royal Library del Castello di Windsor. Il valore della pianta è insieme scientifico e artistico, ed è tra i più singolari capolavori di Leonardo frutto di “ricognizioni sul terreno, di ricerche sulla cartografia preesistente, di riorchestrazioni in studio, oltre che di teorie filosofiche dell’universo e di esperienza estetica” scrive Alessandro Vezzosi, direttore dei Musei Leonardo.

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Oltre al suo lavoro di ingegnere ed architetto, il viaggio in Romagna vale a Leonardo anche l’opportunità di approfondire le proprie conoscenze tecniche in materia di viticoltura e di enologia grazie alla diffusione di tali pratiche nella regione romagnola. Qui in Romagna Leonardo è folgorato dalla visione di un particolare sistema di appendimento dell’uva che consente l’essiccamento dei grappoli. Lo raffigura in un disegno per noi preziosissimo, le Uve portate a Cesena, ovvero l’unico schizzo di grappolo d’uva tratteggiato dalla sua mano e pervenutoci.

Gli appunti di Leonardo del suo viaggio in Romagna non poterono essere trasformati in opere realizzate sotto la sua supervisione diretta, ma certamente furono alla base del riordino completo delle fortificazioni romagnole delle città da lui visitate, della realizzazione degli edifici, dei complessi e delle infrastrutture che ebbero luogo in Romagna negli anni successivi alla sua visita.
Appunti che sono esemplari capolavori per l’integrazione di arte, geologia, idrografia, cartografia e geometria, e che ancora oggi sono un esemplare e attuale trama di viaggio per esplorare il territorio.

Una delle sfide maggiori che dovremo affrontare nell’imminente futuro è il concetto di
sostenibilità, declinato nelle sue forme più varie. Seeds&Chips, summit internazionale dedicato a
cibo ed innovazione, si inserisce proprio in questo contesto e ha scelto come partner tecnico i vini
Leonardo da Vinci ispirati al più grande Genio innovatore di tutti i tempi.  L’evento, ricco di appuntamenti dedicati a incontri e dibattiti sul tema, si è svolto dal 6 al 9
maggio, all’interno della fiera di Tuttofood a Milano. Più di 300 speakers internazionali, investitori e policy maker provenienti da tutto il mondo si sono incontrati per confrontarsi su innovazione,
risorse e tecnologie legate al cibo. Leonardo da Vinci SpA è stata scelta come partner tecnico per questa 5a edizione di
Seeds&Chips: dai pranzi nella Vip Lounge agli eventi speciali da Carlo e Camilla in Segheria e
Triennale di Milano, i partecipanti del summit hanno avuto la possibilità di degustare una selezione
delle nostre bottiglie.
Una partnership che nasce dalla condivisione di ideali e dallo stesso spirito di Leonardo da Vinci
che, mosso dalla curiosità e da una grande sete di conoscenza, lo ha proiettato nel futuro,
portandolo a essere considerato tutt’oggi il più grande Genio di tutti i tempi. Uno spirito ottimista, lo stesso che ha animato gli eventi di Seeds&Chips legati ai grandi temi del momento: dalla ripartizione delle risorse alimentari alla necessità di ridurre gli sprechi, dal futuro della grande distribuzione a quello dell’agricoltura di precisione.   Da Carlo e Camilla in Segheria, in un contesto caratterizzato da lunghi tavoli in legno, lampadari di
cristallo, piante e fiori, i vini delle varie collezioni Leonardo da Vinci hanno accompagnato il menu
esclusivo della serata. Un appuntamento ideato con lo scopo di avvicinare le persone anche dal
punto di vista umano, oltre che di idee e di lavoro, in vista di un futuro migliore. 

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