Il Sangiovese è il vitigno a bacca rossa più coltivato in Italia (circa 11% della superficie vitata italiana), ed è diffuso in varie regioni, dall’Emilia-Romagna alla Campania, senza dimenticare la Toscana in cui è senza dubbio il più coltivato e conosciuto anche con il nome di “Sangiovese Grosso”. Quest’uva viene utilizzata spesso in purezza, oltre a rientrare nella composizione di tantissimi vini rossi italiani, fra cui i celebri Chianti, Brunello e Rosso di Montalcino, Vino Nobile di Montepulciano, Morellino di Scansano, Rosso Piceno e il Rosso di Montefalco per citarne alcuni.
Sangiovese: storia del vino
Il Sangiovese ha origini molto antiche: gli esperti sostengono sia un vitigno conosciuto sin da poca etrusca, coltivato fra il fiume Tevere e l’Arno, da lì diffusosi poi lungo la penisola, trovando in Toscana, Romagna ed Umbria i suoi terreni prediletti.
Secondo un’antica leggenda, pare che il nome “Sangiovese” derivi dalle parole “Sanguis Jovis”, ovvero “Sangue di Giove”, nome attribuitogli da un monaco del convento di Santarcangelo di Romagna, nei pressi del monte Giove, il quale servì il vino “Sanguis Jovis” durante un banchetto in onore del papa Leone XII.







Sangiovese: caratteristiche del vino
Come anticipato, il Sangiovese è coltivato in differenti regioni d’Italia, ma sebbene vi siano distinzioni fra i terroir e le zone di provenienza, vi sono caratteristiche simili che accomunano i vari cloni diffusi sul territorio.
Fra le caratteristiche organolettiche che lo rendono riconoscibile, vi è il suo delicato bouquet floreale di violetta, iris, rosa, che s’intreccia ad altrettanto fini note fruttate di amarena e frutti del sottobosco. Facilmente ritrovabili nel calice anche sentori legnosi quando affinato in legno, quali aromi speziati di vaniglia, liquirizia, cannella, noce moscata e pepe nero.
Al palato, difficile dimenticare il suo tannino, poderoso e mai troppo rotondo, fra cui emergono fiori e frutti rossi a dare una buona spinta acida, mettendo in evidenza il nervosismo di fondo tipico del Sangiovese.
Gran parte della produzione di vini rossi di Cantine Leonardo da Vinci include uve Sangiovese.
Fra i vini più acclamati, il Chianti di Cantine Leonardo da Vinci, declinato in Chianti DOCG e Chianti DOCG Riserva in base ai diversi affinamenti e presente in due collezioni: Leonardo da Vinci e Da Vinci i Capolavori.
Nella zona di Montalcino, Cantine Leonardo da Vinci produce la versione forse più nobile del Sangiovese, il Brunello di Montalcino con due vini d’accezione: il Brunello di Montalcino DOCG della linea Leonardo da Vinci e il Brunello di Montalcino DOCG San Giovanni Battista. Entrambi fedeli rappresentanti dell’espressione più autentica del territorio toscano e della tipicità del vitigno qui chiamato “Sangiovese Grosso”, questi due vini rossi toscani regalano piacevoli tannini ammorbiditi oltre a forti bouquet fruttato di more, ribes nero e ciliegie.
Elegante e raffinato è anche il Toscana Rosso “San Zio”, 95% Sangiovese e 5% Colorino, il cui breve contatto con il rovere esalta profumo, colore ed ampiezza aromatica, nel rispetto della fragranza nativa dell’uva.
Pensando al Sangiovese di Romagna, invece, fra i vini della linea 1502 da Vinci in Romagna è inoltre possibile degustare un ottimo esempio di Sangiovese Superiore Riserva Romagna DOC, il “Rocca di Cesena”, ed un’interessante versione Appassimento chiamata “Uve Portate a Cesena”, che mette in risalto la morbidezza dei tannini grazie all’affinamento in legno, esaltandone un frutto più maturo e persistente.
Diverso dai Sangiovese rossi strutturati, è il Sangiovese Rosato “Portocanale di Cesenatico” della linea 1502 Da Vinci in Romagna, la cui vinificazione prevede una breve macerazione di alcune ore sulle bucce, per ottenere la giusta dissoluzione del colore rosa, tipico di questo vino dall’aroma fruttato e floreale, marcatamente fresco.
Sangiovese: abbinamenti vino e cibo
Gli abbinamenti gastronomici più adatti al vino Sangiovese vedono spesso protagonisti i piatti tipici delle regioni in cui questo vino è largamente diffuso. In Emilia-Romagna si abbina spesso il Sangiovese a piadina e prosciutto, alle tagliatelle al ragù, così come ad un piatto di lasagne al forno. Se il Sangiovese è giovane e leggero, riesce ad accompagnare gradevolmente anche grigliate di pesce azzurro. In Toscana quando si parla di Sangiovese, di Chianti o di Brunello, l’abbinamento più votato è quello della celebre bistecca alla fiorentina toscana, o altri piatti tipici della tradizione regionale, come crostini di fegatini, il peposo toscano o selvaggina in umido. In alternativa, ottimi anche formaggi stagionati come il Pecorino toscano o primi piatti quali pici all’aglione o pappardelle al sugo di cinghiale.
Quali vini abbinare ad una grigliata di carne? È una domanda comune quando un amico ti invita al suo BBQ e tu decidi di partecipare portando una bottiglia di vino. Per poter rispondere a questa domanda, dobbiamo innanzitutto distinguere i vari tipi di carne alla griglia. Ecco i nostri consigli per un per un perfetto abbinamento vino-grigliata:
Vino e carne rossa
Costate di manzo (con e senza osso), filetti, controfiletti e la celebre Fiorentina toscana, immancabile ad una grigliata che si rispetti, solitamente 1-1,5 kg per circa 5-6 cm di spessore di succulenta bontà. Si tratta di un taglio di lombata di vitellone o di pregiata scottona cotto su brace vivace e condito solo con sale e olio extra vergine di oliva. Suggeriamo di gustare queste prelibatezze con un calice di rosso scegliendo fra un ottimo Chianti o un Brunello di Montalcino.
I sentori di frutta rossa e quel tipico richiamo speziato del Chianti DOCG Leonardo da Vinci si sposano a meraviglia con carni rosse alla brace. Ottimo anche il Brunello di Montalcino DOCG San Giovanni Battista con il suo profumo intenso e frutti neri, e il gusto tannico, caldo, robusto.
Vino e carne bianca
Un valido suggerimento per questo abbinamento è: “carne più leggera, vino più leggero”. Non si tratta del gusto di una bistecca di manzo, ma anche il pollo ha un suo sapore che con la cottura alla griglia viene di certo valorizzato dalla con pelle croccante e ultra saporita, grazie all’aiuto di salse e condimenti. Basti pensare alle alette di pollo. Lo stesso vale per il tacchino, dalla carne delicata e di maggior consistenza. Queste carni bianche sono ottime in abbinamento al nostro Vermentino Toscana IGT della linea Leonardo da Vinci: profumi floreali ampi, fragranti ed equilibrati anticipano un sorso sapido e molto fresco.




Vino e carne di maiale
Braciole, bistecche di coppa, costine, pulled pork, salsicce: saporite e piuttosto grasse, le carni di maiale sono un vero must del BBQ. Con la carne di maiale alla griglia non c’è niente di meglio di un vino rosso come un Rocca di Cesena Sangiovese Superiore Riserva Romagna DOC.
Vino e carne di agnello
Con l’agnello, la grigliata di carne prende un sapore più intenso e speziato; basti pensare ai tipici arrosticini abruzzesi. La carne di agnello alla brace viene spesso esaltata con l’aggiunta di erbe e condimenti untuosi, e per questo motivo proponiamo in abbinamento un vino potente e di buona intensità: S.to Ippolito Toscana IGT della linea Villa Da Vinci. Un vino rosso toscano d’imponente struttura, con evidente balsamicità unita a note di confettura di more.
Vino e hamburger
Sulla griglia potrebbero arrivare anche burger di carne, il primo consiglio è quello di prendere in considerazione vini rossi. La carne dei burger ha una diversa densità rispetto a quella di una bistecca: è un insieme morbido e meno compatto, che predilige quindi un vino non troppo incisivo. Il segreto di un buon abbinamento burger-vino è quello di non sovrastare il sapore della carne. Con un classico burger di manzo, ad esempio, suggeriamo un abbinamento con un calice di Syrah, come il nostro Linarius Syrah Toscana IGT. Le migliori uve Syrah, coltivate nei vigneti di proprietà circostanti Villa da Vinci, raggiungendo le massime espressioni varietali: fragranza, intensità e speziosità della loro polposa, violastra, fruttosa livrea.
L’appassimento delle uve è una pratica molto antica, probabilmente precedente alla civiltà greca, che veniva già al tempo utilizzata per la conservazione dell’uva e, successivamente, del vino, ottenendo così dei vini passiti.
Anche Leonardo da Vinci ha potuto toccare con mano questa antica tecnica enologica durante il suo viaggio in Romagna nel 1502. Ce lo dimostra un disegno recuperato fra i suoi scritti di viaggio, in cui il Genio raffigura un sistema di appendimento dell’uva utilizzato in terra romagnola, che consentiva l’essiccazione dei grappoli. Un disegno estremamente prezioso, in quanto si tratta dell’unico schizzo che rappresenta un grappolo d’uva disegnato da Leonardo da Vinci e giunto intatto sino a noi.
Come funziona l’appassimento di un vino?
La parola “appassimento” già di per sé suggerisce il significato di questa tecnica in enologia, cioè a una riduzione o eliminazione dell’acqua presente nell’acino d’uva. Le uve sottoposte ad appassimento, infatti, sottostanno a procedimenti di disidratazione in pianta oppure naturale.
Il processo di appassimento non è da confondersi, quindi, con il processo di vinificazioni: la vinificazione di un vino passito è la stessa di un vino normale, con la sola differenza che le uve vengono sottoposte ad appassimento prima di essere vinificate.
APPASSIMENTO IN PIANTA
Nell’appassimento in pianta, le uve vengono lasciate sovra-maturare sulla vite, per cui la vendemmia di uve atte a questo tipo di appassimento viene ritardata rispetto al solito, ottenendo quindi una “una vendemmia tardiva” (termine spesso riportato anche in etichetta). Ne sono un esempio il Passito di Pantelleria DOC e il Moscato di Scanzo DOCG.
APPASSIMENTO NATURALE
L’appassimento naturale, invece, prevede una lenta disidratazione degli acini dopo la raccolta. Le uve vengono distese e lasciate appassire all’aria in modo naturale; al Sud si sfrutta il sole naturale, mentre nelle zone più settentrionali d’Italia si sfruttano aree coperte e protette dalle intemperie, disponendo le uve su graticci, cassette o appendendo direttamente le uve. Il celebre Amarone della Valpolicella DOCG ne è un valido esempio.
Perché si sceglie di utilizzare la tecnica dell’appassimento?
A causa dell’evaporazione dell’acqua, l’appassimento fa perdere all’uva parte del suo peso originale, per cui la sovramaturazione degli acini permette una maggior concentrazione degli zuccheri. In questo modo, i vini cosiddetti “passiti” sviluppano un’ampia complessità di profumi, colori ed elementi gustativi e sono solitamente caratterizzati da uno spiccato grado alcolico e da un residuo zuccherino più o meno elevato.




Uve Portate a Cesena Sangiovese Appassimento
Sul solco della tradizione e memore del disegno di Leonardo, anche Cantine Leonardo da Vinci ha adottato la tecnica dell’appassimento per una delle proprie etichette: il vino Sangiovese Appassimento Romagna DOC “Uve Portate a Cesena”. Un vino rosso romagnolo ottenuto da uve 100% Sangiovese, coltivate nelle zone collinari di Castrocaro Terme, Predappio e Bertinoro. Dopo la raccolta, le uve sono sottoposte ad appassimento con un attento controllo di temperatura, umidità, ventilazione ed un monitoraggio costante del calo del peso. Segue una fermentazione a temperatura controllata a 26 °C con inoculo di lieviti selezionati. Il vino ottenuto affina quindi in barriques di rovere francese e americano per circa 10-12 mesi.
Il Sangiovese Appassimento “Uve portate a Cesena” si presenta di colore rosso rubino profondo. Sin da subito si percepiscono sensazioni impattanti di frutta matura, date dall’appassimento, che man mano virano piacevolmente in un dolce sentore di vaniglia per poi concludere con richiami speziati maturi e note di tabacco. In bocca l’acidità di questo vino si combina perfettamente con una buona morbidezza tannica data dall’affinamento in legno. Sul finale, il frutto maturo favorisce persistenza alla degustazione. Prova questo vino rosso romagnolo in abbinamento a carne alla griglia con patate arrosto.
“Il vino, il divino licore dell’uva”: è con queste che Leonardo da Vinci si riferiva al vino e all’uva oltre cinque secoli fa.
Leonardo da Vinci è indubbiamente uno dei più grandi geni al mondo. La sua fama come scienziato, artista, scultore e inventore è ben nota, ma forse non tutti sanno che Leonardo era anche un appassionato ed esperto conoscitore di vino.
La sua conoscenza e la sua esperienza vinicola sono riconducibili al periodo della sua prima infanzia nelle campagne toscane attorno alla città di Vinci. Suo padre, Piero, possedeva un appezzamento di terreno in parte vitato, ed è qui, immerso nella natura, che Leonardo condusse i suoi esperimenti di agronomia e viticoltura, con spirito d’osservazione e d’indagine di tutti i processi naturali che portano alla maturazione dell’uva. La passione era tale che gli studi in materiale agronomica ed enologica portarono anche all’invenzione di strumenti e tecniche di trasformazione dell’uva.


L’amore per la vite e per il vino accompagna sempre Leonardo da Vinci durante il corso della sua celebre carriera artistica.
Facendosi sostenitore di un “consumo moderato”, sono stati ritrovati conti spese in cui egli registrava acquisti regolari di vino.
Quando Leonardo dipinse la famosa “Ultima Cena” a Milano nel 1499, il pagamento ricevuto fu una vigna, a circa 300 metri dal refettorio di Santa Maria delle Grazie, donata da Ludovico Il Moro come gesto di riconoscenza per «le svariate e mirabili opere da lui eseguite».
Altre ricerche e studi sul vino sono rintracciabili anche sui taccuini del viaggio in Romagna del 1502, quando Leonardo soggiornò alla corte di Cesare Borgia detto “Il Valentino”. Qui il Genio disegnò grappoli d’uva in appassimento e appuntò un progetto per la prima barrique da utilizzare nella vinificazione.
Nel 1515, Leonardo da Vinci scrive una lettera al fattore della tenuta di Fiesole in cui si lamenta del vino ricevuto a Milano. Da un semplice assaggio, egli individua nella scarsa qualità delle uve raccolte e nelle errate modalità di vinificazione le ragioni della cattiva riuscita del vino.
“Se voi et altri facieste senno di tale raggioni, berremmo vino excellente“: ecco che con queste Leonardo si presenta come sensorialista, un vero antesignano agronomo, nonché enologo e competente degustatore, fornendo un elenco di buone pratiche e tecniche di vinificazione volte all’ottenimento di un vino privo di difetti.
È da questa passione di Leonardo per il vino che nascono i vini Leonardo da Vinci, vini di cui il Genio oggi andrebbe fiero.
Il vino non ha stagione e lo si consuma ogni giorno dell’anno. La varietà delle uve, e la biodiversità di cui disponiamo ci permettono di avere una scelta ampissima di sapori, gradazioni e fragranze. Per questo motivo esistono vini che si prestano, per esempio, ad essere apprezzati durante l’estate, quando solitamente si ha la tendenza a bere vini estivi, freschi e leggeri. Con una particolare attenzione alle temperature di servizio, per le quali vale una regola generale: I vini bianchi vanno serviti intorno ai 6-8°C, quelli frizzanti intorno a una temperatura di 4-6°C e i vini bianchi maturi molto strutturati tra i 10 e i 12°C.
Ecco cinque vini estivi leggeri selezionati da Cantine Leonardo da Vinci.
1) Portocanale di Cesenatico Sangiovese Rosato Rubicone IGT
È il rosato della collezione 1502 Da Vinci in Romagna, ispirato al lungo viaggio di Leonardo tra le principali città romagnole. Tra queste, Cesenatico, dove Leonardo disegnò il porto canale. Il Sangiovese Rosato è un vino dalla consistenza corposa e al naso si presenta spiccatamente fruttato con sentori di ciliegia, pesca bianca e albicocca. Il sapore è fresco e fruttato, con una acidità delicata che invita al sorso successivo. È ideale per abbinamenti a tutto pasto, sia con piatti a base di verdure che di pesce e anche pasta e carni bianche.
2) Pinot grigio delle Venezie IGT
Il suo inconfondibile colore giallo paglierino con riflessi verdognoli e il suo tipico profumo floreale dove spiccano le note di pera e melone, invitano a stappare una bottiglia di Pinot Grigio delle Venezie durante una cena estiva, magari all’aperto.
Si tratta di uno dei vini italiani più amati e conosciuti al mondo, e portarlo in tavola è sempre un’occasione di festa. È un vino perfetto come aperitivo o per accompagnare antipasti a base di pesce o vegetali. Si presta anche come ottimo sparring partner per piatti di cucina orientale, con spezie, sapori piccanti o agrodolci.
3) Gli Angeli Rosso di Montalcino DOC
Tra i vini rossi leggeri, giovani e spigliati, c’è certamente il Rosso di Montalcino. Per le sue caratteristiche di freschezza e piacevolezza si presta per i calici estivi sotto le stelle. Sia da degustazione, che in abbinamento alla cucina. Perfetto per grigliate di carne, piatti sostanziosi o rustici tipici di molte zone dell’entroterra italiano. Un buon compagno di viaggio per esplorare la cucina del nostro Paese. Il Rosso di Montalcino della collezione I Capolavori riporta in etichetta gli Angeli di Leonardo da Vinci: bellezza in etichetta che completa – sulla tavola – lo stile italiano.




4) Mappa di Imola Pignoletto Spumante Brut
Le bollicine estive accompagnano i momenti di festa e le serate più belle e calde delle vacanze, i brindisi con gli amici a piedi nudi sulla sabbia. Il Pignoletto Spumante Brut della collezione 1502 Da Vinci in Romagna è uno Charmat dalla morbidezza setosa e dal perlage brioso e sottile, i suoi aromi sono fruttati e floreali, con tipiche note di fiori d’acacia e frutti gialli. È un aperitivo perfetto e completo, da abbinare a bocconcini sfiziosi, ma anche formaggi e salumi.
5) Vermentino Toscana IGT
È prodotto da uve Vermentino al 100%, e ha un colore che rappresenta più di altri l’estate: giallo paglierino con riflessi dorati che ricordano il sole. Il suo profumo è floreale e intenso; al gusto è asciutto, armonico, sapido e con qualche anno in più evolve verso la mineralità. Si presta a molti abbinamenti, ma soprattutto alla cucina Mediterranea. E per questo è adatto ad accompagnare i momenti conviviali dell’estate, quando le cene sono a base di pesce, carni bianche, verdure. È squisito coi formaggi freschi o a stagionatura media, perché ne esalta la sapidità.
Fino al 1500 nessuno aveva mai scritto di viticoltura e di enologia con tanta competenza tecnica, precisione e scrupolo quanto Leonardo da Vinci. Quest’uomo d’ingegno e talento universale è stato, infatti, un vero pioniere in materia enologica; si può affermare che, anche in campo enologico, Leonardo fu così innovativo da non essere compreso dai suoi contemporanei. Vediamo perché.
La lettera al fattore del 1515
Dopo oltre 5 secoli, esperti studiosi leonardisti, quali prof. Luca Maroni e prof. Alessandro Vezzosi, hanno recuperato scoperte e straordinarie osservazioni qualitative contenute in una celebre lettera data 1515 ed inviata da Leonardo al suo castaldo, il fattore Zanobi Boni a Fiesole (il documento è stato pubblicato nel volume “The life of Leonardo da Vinci” di John William Brown, edito a Londra nel 1828).
In questa missiva, il Maestro da un lato si lamenta della qualità del vino ricevuto, scrivendo: “non furono secondo le espettatione mie le quattro ultime caraffe et ne ho auto rammarico”; dall’altro fornisce a sua volta indicazioni tecniche precise al suo enologo, che non solo rivelano tutta la passione di Leonardo per il vino, ma soprattutto la modernità delle sue intuizioni.
Da Milano a Zanobi Boni, mio Castaldo
Li 9 de Xbre, 1515
“Le ultime quattro caraffe di vino non erano come me le aspettavo e mi è dispiaciuto molto. Le viti di Fiesole, coltivate in modo migliore, dovrebbero dare all’Italia un ottimo vino, come quello di Ser Ottaviano. Sapete che ho già detto che bisognerebbe concimare i filari con macerie di vecchi muri demoliti che asciugano le radici e i fusti, così le foglie attraggono tutte le sostanze utili alla perfezione del grappolo. In più, ai nostri giorni facciamo la cosa peggiore: fermentiamo il vino in vasi aperti e così l’essenza si disperde nell’aria e non rimane altro che un liquido senza sapore colorato dalle bucce e dalla polpa; e poi non si fanno i travasi come si deve e per questo viene fuori un vino intorbidito e pesante per lo stomaco. Allora se voi e gli altri accoglieste questi ragionamenti berremmo un vino eccellente. Che il Signore ci accompagni e vi conservi.”
Leonardo da Vinci
Si tratta senz’altro del primo scritto enologico di contenuto tecnico ancora attuale, volto all’ottimizzazione della coltivazione dell’uva e alla sua trasformazione. Da qui la Leonardo da Vinci Spa è partita al recupero della ricerca scientifica in un progetto tecnico e culturale di riscoperta del metodo di vinificazione di leonardesco e del suo riutilizzo per produrre oggi i vini eccellenti a cui Leonardo aspirava.
Che cos’è il Metodo Leonardo®?
Il Metodo Leonardo® è un approfondito lavoro di ricerca che trae ispirazione proprio dagli studi di Leonardo sull’enologia. Leonardo intuì il modo di ottenere vini di qualità attraverso una meticolosa osservazione di tutti i fenomeni naturali che portano alla piena maturazione del frutto della vite e attraverso l’invenzione di strumenti e tecniche per ottimizzare la trasformazione dell’uva in vino.
Il Metodo Leonardo® rappresenta, quindi, la formalizzazione di protocollo di produzione – esclusivo e riservato – utilizzato per i vini di tutte le collezioni Leonardo da Vinci. Definisce in dettaglio specifici parametri quantitativi-qualitativi che i vini ispirati dal Genio devono rispettare per poter rientrare nelle produzioni a marchio Leonardo da Vinci e avere in etichetta la dicitura “Metodo Leonardo®”. Non si tratta di un trattato viticolo ed enologico statico e definitivo: coerentemente all’approccio creativo e visionario di Leonardo, che avrebbe proseguito le sue ricerche e intuito ulteriori sviluppi, il Metodo è in continua evoluzione e perfezionamento grazie alla dedizione e competenza dei wine makers della nostra azienda.





In che cosa consiste il Metodo Leonardo®?
Ecco un riepilogo dei protocolli produttivi specifici di ciascuna delle principali fasi di ottenimento di un vino attraverso il Metodo Leonardo®:
- protocollo specifico per la fase di COLTIVAZIONE DELLA VIGNA, relativo alle tecniche di fertilizzazione naturale del suolo, del sistema di nutrizione della vite e alle caratteristiche di esposizione e aerazione delle foglie e del grappolo d’uva
- protocollo specifico per la FASE VENDEMMIALE, relativo al livello di maturazione, al grado di acidità e al livello zuccherino degli acini d’uva
- protocollo specifico per la FASE DI VINIFICAZIONE, relativo ai processi di pigiatura, diraspatura, pulizia dei mosti, fermentazione e svinatura
- protocollo specifico per la FASE DI AFFINAMENTO E CONSERVAZIONE DEL VINO, relativo alle tecniche di travaso, evoluzione e filtrazione dei vini
- protocollo specifico per la FASE DI IMBOTTIGLIAMENTO, relativo alla verifica finale del vino, che consiste nella misurazione di parametri quali: anidride solforosa libera, ossigeno disciolto, anidride carbonica, temperatura e PH
Il Metodo Leonardo® garantisce ottima qualità al vino
Per ciascuna delle fasi produttive sopra citate, la nostra azienda ha sviluppato un proprio know-how e ha messo a punto delle tecniche, dei prodotti e delle procedure proprietarie, esclusive e riservate. Periodicamente, i nostri esperti depositari del Metodo Leonardo® formano tecnici e agronomi affinché mettano in pratica le istruzioni per produrre ottimi vini.
Inoltre, ogni anno viene redatto un documento (una sorta di vademecum) che contiene le indicazioni tecniche da seguire e definisce le linee guida per un monitoraggio costante di tutte le fasi della vinificazione, a partire dalla vigna fino al momento dell’imbottigliamento, per assicurare l’alto livello qualitativo del prodotto finale.
In questo senso, il Metodo Leonardo® si fa garante della qualità dei vini Leonardo da Vinci sin dalla sua origine, garantendo al consumatore finale un prodotto italiano d’eccellenza.
Quando si parla di blend, s’intende un’operazione enologica molto importante che prevede la miscelazione di due o più vini, per ottenere un unico taglio. La parola “blend”, quindi, è sinonimo di un mix di uve diverse che compongono un solo vino.
L’arte del blending è frutto di una lunga esperienza, nonché di un processo iterativo che combina analisi tecnica e un’attenta degustazione, al fine di arrivare a ciò che può essere definita la “ricetta perfetta”.
Perché si utilizzano blend in cantina?
Spesso gli enologi tagliano i vini e creano blend per fare in modo che il prodotto finale acquisisca complessità e massimizzi l’espressione gusto-olfattiva. Con l’assemblaggio di più vitigni, si possono esaltare colori, aromi, consistenze, struttura e rendere un vino più complesso o più profumato se necessario. L’obiettivo è quello di ottenere un vino “migliore”, mettendo insieme la forza espressiva di ogni uva ed evidenziando le peculiarità di ciascuna varietà utilizzata.
Anche Cantine Leonardo da Vinci ha creato blend molto apprezzati non solo dai wine lovers, ma anche dalla critica enologica. Al primo posto, il S.to Ippolito Toscana Rosso IGT – premiato da Luca Maroni 99/100 nell’Annuario dei Migliori Vini Italiani 2020 – frutto del sapiente assemblaggio di uve Sangiovese 40%, Merlot 30%, Syrah 30%. Un vino rosso dall’anima internazionale, che fonde in sé l’armonia, la consistenza, l’equilibrio e l’aroma di ogni sua varietà compositiva. Più legato alla tradizione enologica toscana, il Governo all’Uso Toscano della collezione Leonardo da Vinci: un vino rosso ottenuto da uve Sangiovese e Merlot (di cui una piccola percentuale appassite), dapprima vinificate separatamente e successivamente mescolate per proseguire la maturazione in acciaio. Un rosso pieno, corposo con un finale piacevolmente elegante.




La nascita dei Supertuscan: i famosi blend italiani
Fra i blend italiani famosi ricordiamo i rivoluzionari “Supertuscan”. Il termine, coniato negli anni ’80 dal critico enologico americano Robert Parker, ingloba tutti quei vini rossi toscani che, in un’epoca ancora rigidamente legata alla tradizione enologica, si sono volutamente allontanati dal disciplinare di produzione, discostandosi dalle regole del Chianti DOC. Se tale denominazione, infatti, prevedeva l’utilizzo di soli vitigni autoctoni dell’area di produzione (come Sangiovese o Canaiolo), nell’assemblaggio dei vini Supertuscan all’italiano Sangiovese i produttori toscani hanno iniziato ad affiancare vitigni internazionali quali Merlot, Syrah, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc.
Hai mai sentito parlare di Sassicaia? Fu questo il vino apripista alla fine degli anni ’60 e il marchese Mario Incisa della Rocchetta di Tenuta San Guido fu il grande pioniere dei Supertuscan. Sassicaia è un vino rosso italiano d’ispirazione francese, se così si può dire, e forse l’esempio più riuscito di blend italiano ispirato al blend francese detto “taglio bordolese”, che in questo vino prevede l’uso dei vitigni Cabernet Sauvignon (80% circa) e Cabernet Franc (20% circa).
A seguito del Sassicaia, molti altri esperimenti di blending vengono fatti in Toscana. Come non citare le celeberrime etichette firmate da Antinori, oggi conosciute in tutto il mondo: Tignanello che mescola Cabernet Sauvignon al Sangiovese; Solaia, che utilizza Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc e Petit Verdot.
Tutti hanno sentito parlare almeno una volta di “tannini”, ma non tutti forse sanno che cosa sono realmente.
Il vino è un ricco mix di varie sostanze chimiche (es: zuccheri, acidi e alcol) e di sostanze organiche naturali, dette “polifenoli” o “composti fenolici”. Si tratta di macromolecole costituite da “fenoli” (ovvero legami complessi di molecole di ossigeno e idrogeno) che nel vino giocano un ruolo importante, determinando, ad esempio, il colore di un determinato vino. Tra i polifenoli presenti nel vino ritroviamo appunto il tannino, insieme ad acidi fenolici, flavonoli e antociani (della famiglia dei flavonoidi) e resveratrolo.
Come si riconoscono i tannini in un vino? Che sapore ha il tannino?
Il tannino aggiunge al vino una sensazione amara di astringenza, oltre che di struttura e complessità. Si dice comunemente che “allappa la bocca”; per intenderci, è la stessa sensazione di “asciutto” che si prova nel momento in cui si addenta una mela cotogna. Si trova più comunemente nel vino rosso, anche se alcuni vini bianchi hanno anche il tannino (dall’invecchiamento in botti di legno o dalla fermentazione sulle bucce). In generale, possiamo dire che più è elevata la quantità di tannino in un vino, più acuta sarà la sensazione di astringenza al palato.
Dove si trovano i tannini nel vino?
Come detto in precedenza, il tannino è una sostanza organica e naturale ed è presente in tutto il mondo vegetale: nelle piante, nelle foglie, nei semi, nel legno o nella buccia della frutta. In un grappolo d’uva il tannino si trova nel raspo, nel pedicello, nei vinaccioli e nelle bucce. Esso viene estratto durante la fase di macerazione, variando in base all’acidità del vino. Nei vini giovani, i tannini sono presenti in molecole semplici, piuttosto aggressive e astringenti, mentre con l’invecchiamento, tali composti diventano più complessi, rendendo i vini più evoluti, cioè meno astringenti e più morbidi.
Ricordiamo che, oltre ai tannini contenuti naturalmente nell’uva, questi composti si trovano anche nel legno, per cui in fase di maturazione il vino ne acquista degli altri anche durante la permanenza in botte o in barrique. Il legno rilascia, infatti, ulteriori tannini che contribuiscono ad aggiungere astringenza e aroma al vino. Più la botte è piccola, migliore è lo scambio delle sostanze aromatiche: ecco da dove deriva il detto “nella botte piccola c’è il vino buono”.
Fra i migliori esempi di vini rossi tannici di Cantine Leonardo da Vinci troviamo tante etichette. Per citarne alcune suggeriamo la degustazione di Rocca di Cesena Sangiovese Superiore Riserva Romagna DOC della linea 1502 Da Vinci in Romagna; Vergine delle Rocce Chianti Riserva DOCG della linea Da Vinci I Capolavori, oppure anche il San Giovanni Battista Brunello di Montalcino DOCG.



Perché sono importanti i tannini in un vino?
Il tannino è uno dei tratti chiave che consente ai vini rossi di invecchiare bene per decenni. Col passare del tempo, le molecole complesse di tannino polimerizzano, levigando ed ammorbidendo quel senso di astringenza tipico dei tannini giovani. Questo uno dei motivi principali per cui un vino giovane e potente come il Brunello di Montalcino viene spesso invecchiato fino a 10 anni prima di essere aperto.
In enologia, questa tipologia di tannini ceduti dal legno nel vino vengono chiamati tecnicamente “tannini gallici” e hanno meno capacità di astringenza rispetto a quelli “endogeni” estratti direttamente dall’uva, e per questa differenza vengono definiti “tannini dolci” o “tannini nobili”.
Qual è l’abbinamento ideale per un vino tannico?
La sensazione di astringenza è perfetta per gestire al meglio cibi ricchi, grassi e untuosi. Il tannino ha un forte potere sgrassante, per cui “taglia” benissimo proteine succulente, come quelle di una bistecca alla Fiorentina, consentendo di armonizzare far emergere al meglio sia il sapore della pietanza, che gli aromi del vino che si sta degustando. Alcuni esempi di abbinamenti con vini tannici potrebbero essere cibi in umido, il peposo o il brasato, arrosti ricchi salse o carni grasse ricche di succhi.
Il vitigno Syrah è uno dei più coltivati e più rinomati al mondo. Vigne di Syrah sono presenti nei vigneti sulle colline toscane che circondano Villa da Vinci, tenuta delle Cantine Leonardo da Vinci. Fra le varie etichette prodotte dalla Leonardo da Vinci, all’interno della linea Villa Da Vinci è presente un vino Syrah, il Linarius Toscana IGT: un rosso equilibrato, dal tannino setoso ed avvolgente, lungo e persistente. Fra i cru dell’azienda troviamo anche il S.to Ippolito, un blend di Sangiovese, Merlot e Syrah, che fonde in un solo calice la consistenza, l’equilibrio e l’aroma di ogni sua varietà compositiva.
Vino Syrah: storia del vino
Le origini del Syrah sono da sempre oggetto di discussione fra gli esperti nel mondo del vino. Persiana, francese, siciliana, albanese? Sono tante le leggende che si mescolano alla storia di questo vitigno a bacca rossa.
Si parte dalla Persia, e dalla città di Shiraz, culla della cultura vitivinicola mediorientale. Le prime prove della coltivazione dell’uva a Shiraz risalgono al 2.500 a.C. circa, quando le viti furono portate dalle montagne alle pianure dell’Iran sud-occidentale.
Nel XIV secolo, il vino Shiraz fu immortalato nelle poesie del poeta iraniano Hafez. Nel 1680, il gioielliere, viaggiatore e scrittore francese Jean Chardin, si recò in Persia alla corte di Shah Abbas. Lì partecipò a banchetti elaborati che descrisse nei suoi resoconti di viaggio, menzionando per la prima volta in Europa il vino di Shiraz che aveva effettivamente gustato.
I francesi sostengono invece la loro paternità sullo Syrah, localizzando la sua origine precisamente in uno dei vigneti più famosi di Francia nella Valle del Rodano a sud e sede del vitigno Syrah.
Secondo la leggenda locale, il vigneto dell’Hermitage fu fondato da un cavaliere templare del XIII secolo chiamato Gaspard de Sterimberg, che riportò una vite persiana dalle Crociate. Pare infatti che il templare, di ritorno dalla Crociata Albigese, si stabilì nella Valle del Rodano dove piantò alcune pianticelle che aveva portato con sé. E pare sia proprio così che il vitigno Syrah ebbe la sua diffusione nella zona di Tain l’Hermitage.
Un’altra versione della storia dice invece che il nome Syrah derivi dal vitigno albanese Shesh, originario della zona di Durazzo. Ma si dice anche che il vitigno abbia origine egiziana e fu l’imperatore Marco Aurelio Probo, di rientro dall’Egitto, che si fermò con le sue legioni in Sicilia, a Siracusa, e qui piantò alcune piante di Syrah.




Vino Syrah: caratteristiche
Un vino con una storia così enigmatica deve avere anche una personalità spiccata, e infatti il vino rosso Syrah si caratterizza per profumi piuttosto intesi di frutta rossa, come ciliegia, mirtillo, oltre a note di liquirizia, che riflettono i climi e le latitudini in cui sono prodotti. Trattandosi di un vino molto diffuso, tende ad avere uno spettro gustativo piuttosto ampio, ma la sua caratteristica organolettica distintiva è la nota di pepe nero conferita dalla molecola rotundone. Infine, quando si tratta di un vino longevo, il Syrah si presta all’invecchiamento, acquisendo note di cacao, tabacco e caramello.
Vino Syrah: abbinamenti vino-cibo
La tipica speziatura di questo vino rende il Syrah bene abbinabile in generale a piatti di carne rossa. Considerando le etichette proposte dalla cantina Leonardo da Vinci, il Linarius Syrah Villa da Vinci è un rosso toscano perfetto per accompagnare cacciagione, da pelo e da piuma, paste fresche al sugo ben condite e formaggi stagionati come il pecorino toscano.
Il S.to Ippolito Villa da Vinci è un ottimo vino da degustare in abbinamento a salumi, ricette tipiche toscane come il “peposo”, arrosto di maiale e rosticciane.
Fermentazione, fermentazione alcolica, fermentazione del vino, fermentazione del mosto: un processo fondamentale che determina la buona riuscita del vino. Sui processi e le tecniche di fermentazione non si hanno dati certi. Pare che la fermentazione del vino sia stata scoperta, probabilmente in maniera casuale, osservando il fenomeno della bollitura di determinati organismi, cereali o liquidi come, ad esempio, il mosto dell’uva.
Non definibile secondo nessuna teoria dell’epoca, la fermentazione è rimasta a lungo un processo astruso e attorno al quale aleggiava un velo di mistero. Dal tempo di greci e romani che si affidavano alla tecnica semplicemente adagiando il mosto appena pigiato all’interno di tini e anfore, si dovette aspettare tempi più remoti per dare una spiegazione tanto sensata quanto scientifica. Prima Lavoisier nel Settecento, poi il chimico Lussac nell’Ottocento, il quale formulò il rapporto matematico che regolava l’inspiegabile trasformazione e, infine, Pasteur. Fu quest’ultimo a dimostrare nel 1854 che la fermentazione è prodotta dall’attività dei lieviti quando questi si sviluppano in assenza di ossigeno, oltre a dimostrare che la produzione di sostanze indesiderate in vinificazione è legata alla presenza di microrganismi di entità differenti.
La fermentazione del vino… in breve
Un fenomeno connesso alla vita, come definito da Pasteur, la fermentazione alcolica del vino è un processo naturale che consente la maturazione o trasformazione del mosto o succo di uva in vino. Dunque dopo la fase primordiale di vendemmia e pigiatura delle uve si ottiene il mosto, ossia un liquido molto concentrato presente nella polpa degli acini e comprendente anche le bucce. La fase successiva è quindi affidata alla fermentazione di quel mosto, che porterà alla produzione del vino nella sua forma finale. Gli aromi primari sono nascosti nell’uva, ma è la fermentazione che li rivela: tanto semplice quanto vero, il processo è fondamentale.
La fermentazione del vino… in dettaglio
La fermentazione consiste in un processo complesso di trasformazione degli zuccheri contenuti nel mosto e convertiti dai lieviti in alcol etilico e anidre carbonica. I lieviti (detti Saccharomyces) sono naturalmente presenti nelle bucce e, attraverso una respirazione aerobica, utilizzano l’ossigeno presente nelle fecce del mostro, al fine di trasformare gli zuccheri in anidride carbonica e alcol etilico, oltre che glicerina, acido acetico e altri sottoprodotti. Conseguentemente, non appena l’ossigeno si esaurisce, in una condizione anaerobica, avviene la fermentazione del mosto.
La durata di questo processo di trasformazione non è fissa, ma oscilla tra i 7 e i 10 giorni, e solitamente si suddivide in due fasi di fermentazione: la prima della durata di 24-36 ore, la successiva rinominata “tumultuosa” di circa 7 giorni e una fase finale, lenta, di alcune settimane, utile a trasformare i restanti residui di zuccheri. L’intero processo deve seguire un naturale decorso, ma non essere né troppo veloce, né troppo lento, in quanto porterebbe alla dispersione delle sostanze aromatiche tipiche del vino oppure alla generazione di sostanze indesiderate, tra cui l’eccesso di acidità.



La temperatura è fondamentale
La temperatura è di fondamentale importanza e deve mantenersi stabile tra le due fasi di trasformazione e non subire repentini cambiamenti, fatali per la riuscita di un buon nettare. A seconda del vitigno, sia esso a bacca bianca o nera, le procedure di fermentazione sono differenti e seguono un iter completamente singolare. Per la fermentazione del vino bianco viene utilizzato un mosto dal quale sono state separate le bucce (sgrondatura) subito dopo la pigiatura degli acini. Il mosto viene sottoposto a chiarifica e decantazione, quindi separato dalle parti solide rimanenti. Lo scopo principale della fermentazione del mosto per la produzione dei bianchi è quello di consentire agli aromi tipici del vitigno di continuare a espandersi e definirsi maggiormente: un risultato che viene raggiunto mantenendo scrupolosamente sotto controllo la temperatura fra i 16 e i 20 °C. A questo scopo, infatti, vengono usati i tini refrigerati a temperatura controllata che permettono uno sviluppo ottimale degli aromi, una lenta trasformazione degli zuccheri e un’eccellente resa in alcol. A differenza di quanto detto, per la fermentazione dei vini rossi viene utilizzato il mosto all’interno del quale si lasciano a macerare le fecce, consentendo l’estrazione del colore. Se per i bianchi l’aroma e il corpo sono l’obiettivo primario, in questo caso l’estrazione del colore e delle sostanze polifenoliche diventano il principale focus. Maggiore temperatura viene adoperata e maggiore sarà l’estrazione; un vino rosso lasciato fermentare ad una temperatura elevata avrà una struttura importante e un corpo molto deciso. È decisivo per l’estrazione delle sostanze coloranti delle bucce non scendere al di sotto dei 20 °C pur essendo fondamentale il controllo delle temperature e gli sbalzi eccessivi. La temperatura ottimale è costante e compresa tra i 25 e i 30 °C, consentendo una buona estrazione di colore e sostanze polifenoliche, oltre ad un armonico equilibrio tra queste due proprietà. E, infine dopo la svinatura, le parti solide vengono torchiate recuperando il restante liquido in eccesso a contato con le bucce e stoccati in botti, barrique o vasi per le fasi finali di affinamento e invecchiamento.