La parola “appassimento” già di per sé suggerisce il significato di questa tecnica in enologia, cioè a una riduzione o eliminazione dell’acqua presente nell’acino d’uva. Le uve sottoposte ad appassimento, infatti, sottostanno a procedimenti di disidratazione in pianta oppure naturale.
Il processo di appassimento non è da confondersi, quindi, con il processo di vinificazioni: la vinificazione di un vino passito è la stessa di un vino normale, con la sola differenza che le uve vengono sottoposte ad appassimento prima di essere vinificate.
APPASSIMENTO IN PIANTA
Nell’appassimento in pianta, le uve vengono lasciate sovra-maturare sulla vite, per cui la vendemmia di uve atte a questo tipo di appassimento viene ritardata rispetto al solito, ottenendo quindi una “una vendemmia tardiva” (termine spesso riportato anche in etichetta). Ne sono un esempio il Passito di Pantelleria DOC e il Moscato di Scanzo DOCG.
APPASSIMENTO NATURALE
L’appassimento naturale, invece, prevede una lenta disidratazione degli acini dopo la raccolta. Le uve vengono distese e lasciate appassire all’aria in modo naturale; al Sud si sfrutta il sole naturale, mentre nelle zone più settentrionali d’Italia si sfruttano aree coperte e protette dalle intemperie, disponendo le uve su graticci, cassette o appendendo direttamente le uve. Il celebre Amarone della Valpolicella DOCG ne è un valido esempio.